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martedì, 20 novembre 2018

CRISI DELL’UNIVERSITÀ – CRISI DELLA SOCIETÀ

La società odierna è caratterizzata da una crisi profonda di valori ed idealità: il mito dell’economia condiziona a tal punto da rendere naturale e pacifico che uno pseudo-valore o, un valore strumentale quale il benessere economico, venga collocato al vertice della gerarchia dei valori umani e ad esso ci si riporti per determinare la validità di ogni altro valore. La società, però per esistere ad assolvere alla sua funzione che è quella di permettere agli uomini di realizzare le proprie non solo economiche, ma anche spirituali ed etiche, non può ridursi a rappresentare ed a risolvere una problematica di carattere economico.

Questa crisi di valori ed idealità, questa mistificazione disumana a carattere materialistico-edonistico riguarda tutto quell’insieme di istituzioni e di organi che si riferiscono ad esigenze ed aspirazioni trascendenti il puro problema economico: una di queste istituzioni è l’Università. 

SCADIMENTO DELLA FUNZIONE DELL’UNIVERSITÀ

L’Università è, oggi, una “cosa” equivoca e strana: non si comprende a che serve e che rappresenti. L’unico dato certo sono i suoi innumerevoli edifici che, di quando in quando, servono da tribuna per alcuni sedicenti professori e da domicilio abituale per tanti giovani di “professione” studenti universitari.

L’Università, oggi, non prepara, non informa né, tanto meno, forma. Non prepara perché chi da essa esce non è vero che sia un professionista; non informa perché è arretrata sul piano sia temporale che scientifico; non forma poiché, nella confusione e nel capovolgimento di ogni valore e concetto, rinuncia al compito principe assegnatole: trasmettere al giovane saggezza e conoscenza per farne un uomo.

L’unica funzione che l’Università ha voluto e potuto assumere è quella di conferire un certo tipo di documenti necessari per ottenere una qualsiasi occupazione: la laurea è divenuta così una specie di atto di nascita. Non importa se quei documenti attestino soltanto che un individuo ha risposto a due o tre domande per ogni esame: la burocrazia della società dei consumi non bada alla sostanza, ma solo alla forma, sempre, però, con il freddo calcolo di aver immesso nuove energie nel processo divoratore della società economista.  

L’UNIVERSITÀ COME SCUOLA TECNICO PROFESSIONALE

La convinzione più largamente diffusa è quella che considera l’Università come scuola capace di fornire nozioni ed informazioni necessarie all’esercizio di una qualsivoglia professione. Da questo concetto nascono tutte le critiche alla funzionalità, all’adeguatezza, all’arretratezza, delle odierne strutture universitarie. L’esasperazione tecnicistica che sembra caratterizzare questa nostra epoca, è esplosa violentemente anche nell’Università: i laboratori sono insufficienti, le apparecchiature sono datate e i testi non adeguatamente aggiornati.

Tutte queste critiche sono validissime e possono essere sottoscritte da chiunque ma, c’è da aggiungere, non è accettabile la tesi che l’Università si riduca sic et simpliciter ad una scuola tecnico-professionale propedeutica soltanto all’esercizio di una professione.

Vera Università si dovrebbe intendere quel tipo di istituzione dove viene insegnato il sapere universale; dove, cioè, l’insegnamento è a livello scientifico e non tecnico. L’Università non deve rappresentare il soddisfacimento di un’esigenza di specializzazione tecnica, ma deve essere in grado di fornire una precisa formazione scientifica.

Non occorre l’Università per formare degli ottimi tecnici, anzi è assolutamente irrazionale pretendere che, per diventare un tecnico, si studino, per anni e anni, materie tipicamente teoriche. All’Università non spetta il compito di preparare un tecnico specializzato che può e deve essere preparato in scuole essenzialmente tecniche, cioè pratiche ed applicative, ma di formare scienziati, individui che sappiano creare o, perlomeno esperimentare e provare e non solamente applicare e ripetere. 

PROFESSORI SQUALIFICATI E … SQUALIFICANTI

Una delle più gravi manchevolezze dell’Università si manifesta proprio nella deficienza qualitativa del corpo docente. Non si dimentichi che gli attuali “Baroni” sono nati dalla lotta proprio contro le baronie, attraverso il voto politico e collettivo, gli esami ridotti a sfoggio di spranghe e chiavi inglesi. Non si tratta di penalizzare il valore della contestazione giovanile del ’68 (se vi sono degli eredi autentici quelli siamo noi), si tratta, però, di indicare la degenerazione e la viltà di tanto corpo insegnante.

Non si dimentichino gli anni ’70 quando gli insegnanti educavano alla rivolta, ma ben pochi hanno seguito i loro allievi nella “prassi” ben aggrappati a quel 27 del mese (giorno di paga dello stipendio) di quello stesso Stato che andavano dispregiando; e, forse, meno viltà e più coraggio intellettuale e civile avrebbe preservato tanto sangue sparso inutilmente.

Noi siamo, infatti, certi che, se vi fossero docenti capaci, le lezioni potrebbero tenere anche in giardini pubblici e l’Università funzionerebbe benissimo. Al contrario, molti di costoro, giunti alla cattedra in forza di clientela, servilismi, maneggi e imbrogli, pretendono di essere chiamati “professori” ed essere rispettati come autentiche autorità per il solo fatto di affidare le lezioni a qualche assistente, di far vendere i propri libri e proprie dispense a prezzi proibitivi e considerare gli studenti, al momento dell’esame, come animali in una fiera. Non tutti, è chiaro, sono così, ma il solo fatto che una buona parte lo sia squalifica l’intero corpo docente.

A queste manchevolezze se ne aggiungono, poi, altre riguardanti l’applicazione della funzione didattica. Infatti, a prescindere dal fatto che la lezione cattedratica ha un suo compito determinato e circoscritto dovrebbe, quindi, essere integrata da altere forme di insegnamento come seminari (dove il professore, non l’assistente, avrebbe la possibilità, più che informare lo studente di formare lo scienziato o, meglio, l’habitus mentale dello scienziato), vi è un fondamentale errore di impostazione: l’insegnamento non è scientifico, ma tecnico e si riduce ad una sequela di nozioni che qualsiasi persona può acquistare mediante un libro adeguato o una registrazione audio.

Questa carenza non va, però, ricercata soltanto nel modo di esplicare la funzione didattica, ma anche nelle persone fisiche che esplicano che sono, quasi sempre, dei tecnici ad altissimo livello, ma non dei docenti universitari. Il loro posto dovrebbe essere nelle scuole tecnico-professionali, non nelle Università ! In queste sono necessari coloro che si dedicano completamente all’alta missione dell’insegnamento e che sanno offrire non soltanto le aride regole conquistate con l’esperienza, ma l’esperienza stessa. 

IL RAPPORTO DOCENTE-DISCENTE

Il docente ed il discente non sono due fenomeni diversi, ma due aspetti dello stesso fenomeno: quello della conoscenza.

Funzione e dovere del docente è quello di guidare lo studente al raggiungimento di livelli più alti del Sapere e dell’eticità, di predisporre le modalità mediante le quali lo studente possa raggiungere gli obiettivi concreti da esso stesso scelti, e chiarire con l’esempio personale i modi ed i principi a cui deve ispirarsi un futuro scienziato. Il discente deve tendere continuamente al raggiungimento di responsabilità più vaste e personali sia su un piano di studio sia su un piano morale.

Quindi, mentre si ribadisce la funzione di guida del docente, si afferma il dovere di responsabilizzare il discente sempre più profondamente dall’inizio del corso sino alla fine. 

IL NOSTRO IDEALE DI UNIVERSITÀ

Prima di affrontare questo problema, intendiamo puntualizzare che i nostri sono soltanto dei princìpi ai quali si dovrebbe ispirare l’Università, ma in realtà, al momento, non sono realizzabili nel contesto socio-politico in cui viviamo, poiché bisognerebbe rivoluzionare globalmente non soltanto il modo in cui è concepita l’istruzione pubblica, ma anche la nostra società. Al momento intendiamo indicare le nostre prospettive di riforma dell’Università, nella quale vogliamo attuare un processo non di privatizzazione, ma di socializzazione; le nostre tesi reali, quindi, le esporremo nei prossimi paragrafi.

L’Università rappresenta l’apice dell’organizzazione dell’istruzione; dopo di essa si apre l’attività ricreativa a livello scientifico, artistico, politico, ecc… L’istruzione, dalla scuola dell’obbligo all’Università, da una parte, alle scuole di specializzazione dall’altra, deve avere un carattere verticale e non orizzontale.

Ha carattere selettivo in quanto dal ginnasio al liceo e all’Università avranno diritto e il dovere di continuare solo coloro che dimostreranno le capacità e le possibilità intellettuali. Coloro che non dimostreranno queste posizioni, accederanno direttamente a scuole tecnico-professionali parallele alle scuole superiori e, quindi, a scuole di specializzazione a livello tecnico parallele all’Università, che conferiranno le informazioni e le esperienze necessarie all’esercizio di una professione.

Affinché non si abbiano degli inconvenienti di carattere economico, TUTTA L’ISTRUZIONE DEVE ESSERE GRATUITA. Non solo: per l’Università, lo studente dovrà non solamente avere la garanzia di poter seguire i propri studi regolarmente e gratuitamente, ma DOVRÀ ESSERE SOLLEVATO DA QUALSIASI PREOCCUPAZIONE DI CARATTERE ECONOMICO (anche familiare). Se lo studente capace ha il dovere, e non solo il diritto, di studiare e di impegnarsi, deve altresì essere posto nella condizione di non dover scegliere tra il pane e lo studio. 

PRIVATIZZAZIONI E AUTONOMIA UNIVERSITARIA

Nell’ambito dell’Università, come avviene in altri settori, si è sviluppato da diversi anni un piano di autonomie dei singoli istituti. Ora si parla di Rettore-Manager; di rapporti stretti con forze produttive sul territorio; di accordi di vario genere con queste forze per un’autosufficienza ed auto potenziamento dell’autonomia amministrativa e finanziaria del singolo Ateneo. Siamo doverosamente preoccupati e, in linea di principio pratico, ostili. Sinteticamente: il rettore-padrone e i docenti-sudditi; interessi e sponsorizzazioni a dominare livelli d’istruzione; il ricatto – raccomandazione – servilismo imperanti.

La cosiddetta “autonomia universitaria” dei nostri Atenei ha trasformato i nostri istituti in meri “laureifici”, dove contano più gli aspetti contabili che didattici. Infatti le singole università, ricevono i finanziamenti da parte del Ministero anche in proporzione al numero dei laureati “prodotti” nell’arco dell’anno. Un semplice calcolo numerico che sicuramente va a discapito della preparazione degli studenti. Più studenti si laureano, maggiore sarà il finanziamento ministeriale. Un meccanismo diabolico che incentiva il superamento degli esami a prescindere dal grado di preparazione dei nostri giovani. Non è poco in una realtà che non ha mai brillato di particolare dignità personale e creatività culturale. 

CARATTERE DISCRIMINATORIO DELL’ISTRUZIONE

Il costo dell’istruzione è molto alto e viene sostenuto per intero, o quasi, dallo studente che, quando non ha sufficienti possibilità economiche, deve abbandonare gli studi o proseguirli tra enormi difficoltà che incidono negativamente sul rendimento.

Nascono così degli studenti lavoratori e di quei soggetti che, pur avendo indubbie capacità, rinunciano allo studio e cominceranno a lavorare. Di contro si assiste al cronico fenomeno dei fuori corso che, quando non sono lavoratori, dimostrano come il solo fatto di poter pagare le tasse costituisca diritto a frequentare, sine die, l’Università. Vi sono poi studenti che, risiedendo in località lontane, devono sobbarcarsi di spese sempre più onerose.

Tutte queste situazioni sono determinate da una carenza statale che non è soltanto di carattere economico, ma soprattutto di tipo funzionale. Infatti la spesa per il settore dell’istruzione non solo è inadeguata, ma anche malamente impiegata. D’altronde troviamo ingiusto che soltanto gli studenti debbano contribuire allo svolgimento delle attività universitarie, in quanto gli studenti non sono che una parte, con pochissimi poteri e diritti decisionali, in quella che è l’istituzione universitaria.

Noi crediamo che l’Università vada intesa come una piccola Comunità, nella quale tutti debbano avere gli stessi diritti partecipativi e decisionali, quindi i contributi per la gestione degli Atenei dovrebbero essere pagati sia dai docenti che dagli studenti, in quanto anche i docenti usufruiscono degli spazi e delle stesse strutture (con molte agevolazioni e molti sprechi, che gravano paurosamente sule tasse degli studenti) che vengono utilizzate dagli studenti.

In questo modo, gestendo i soldi introitati annualmente nei singoli Atenei in maniera oculata (rimanendo invariati ovviamente gli aiuti sussidiari da parte dello Stato), senza spenderli inutilmente, le tasse per gli studenti si ridurrebbero notevolmente. 

COOPERATIVE STUDENTESCHE

In linea con i nostri princìpi di socializzazione dell’Università, intendiamo proporre la formazione di “cooperative studentesche”, che dovranno occupare possibili opportunità di lavoro all’interno degli Atenei, senza nulla togliere a quello che è il lavoro ordinario degli impiegati universitari (sancite peraltro, ma mai applicate, dall’art. 12, comma 1, della legge 2 dicembre 1991, n. 390).

In tutti gli Atenei vengono dati appalti (sappiamo come funzionano le cose in Italia…) a ditte esterne all’Università per l’adempimento di vari lavori (dalle pulizie alla gestione delle apparecchiature come macchine fotocopiatrici, computer ecc., e molti altri tipologie di lavoro), che invece potrebbero essere affidati alle cooperative studentesche che dovrebbero essere promotrici anche di attività culturali, sportive e ricreative. Dette cooperative saranno autogestite e dovranno essere formate da studenti appartenenti alle fasce di reddito più basse, con priorità a quelli residente fuori sede. Un apposito organo di controllo, composto in egual numero da rappresentanti degli studenti e rappresentanti del corpo docente e non docente, avrà il compito di vigilare e di coordinare il lavoro delle suddette cooperative.

Agli “studenti lavoratori” verranno ulteriormente ridotte le tasse universitarie in base alla retribuzione del lavoro svolto. 

RAPPRESENTANZA STUDENTESCA

I rappresentanti degli studenti all’interno degli organi di gestione dell’Università come i consigli di Dipartimento, Senato Accademico, Consiglio di Amministrazione ecc., sono sempre una minoranza rispetto ai rappresentanti dei docenti, da ciò ne deriva che gli studenti non hanno alcun potere decisionale effettivo all’interno di una struttura di cui ne sono parte integrante. Proponiamo, quindi, che in tutti gli organi collegiali universitari ci sia egual numero dei rappresentanti degli studenti, dei docenti e del personale tecnico-amministrativo. 

SINDACALISMO STUDENTESCO

Disorganizzazione, disinformazione e mancanza di strutture sono problemi che caratterizzano la vita universitaria e che si sommano al già gravoso compito dello studio.

Le associazioni di studenti che attualmente operano all’interno dell’Università spesso si disinteressano di tali questioni, considerandole meno importanti di sterili contrapposizioni politiche o di squallide logiche di partito. Per questo motivo riteniamo sia necessaria la nascita di un’alternativa studentesca, che possa contribuire alla realizzazione di condizioni meno sfavorevoli all’interno dell’Università.

Dovrà inoltre esservi, al di là delle parole, uno strumento diretto al proponimento dell’azione, che non sarà più inefficace, ma istantanea e risolutiva: il sindacato studentesco.

Azione:

Si è sempre tentato di risolvere i numerosi problemi dei nostri Atenei con fiumi di parole, ma tutto ciò si èp rivelato puntualmente inutile. Le intenzioni di cambiamento se non concretizzate con l’azione rimangono fini a sé stesse. Noi al contrario di mille parolai vogliamo portare avanti le nostre proposte, ed esiste un unico mezzo per farlo: l’Azione.

Azione come coinvolgimento degli studenti nell’ambito accademico.

Azione per la risoluzione dei problemi e l’eliminazione dei soprusi.

Per riuscire a migliorare questa situazione di degrado è necessario che gli studenti, quasi annichiliti dal burocratico sistema universitario, ritrovino in loro la voglia di lottare e in noi lo strumento di questa lotta.

Partecipazione:

Partecipare vuol dire non soccombere all’individualismo trionfante che ci porta ad affrontare quotidianamente da soli situazioni di estremo disagio senza possibili miglioramenti.

Quando gli studenti si accorgeranno di non essere soltanto un inutile sassolino, ma la necessaria tessera di un enorme mosaico, si potrà finalmente sperare in una concreta lotta a quello che oggi è e rappresenta l’istituto universitario.

Autotutela:

Essendo parte del sindacato studentesco, gli studenti dovranno delegare i loro rappresentanti soltanto per essere partecipi alla gestione dell’Università negli organi collegiali, mentre per tutelare la loro condizione ed eventualmente rimuovere i soprusi, saranno loro in prima persona, attraverso l’organo del sindacato, ad intervenire.

Autotutela, dunque, come modello capace di tenere insieme, sintetizzandone, azione a partecipazione ed in grado di coinvolgere in modo dinamico noi tutti chiamati in causa.

Il Sindacato studentesco, sintesi dei precedenti punti, è la soluzione che auspichiamo; ed il sindacato studentesco fatto dagli studenti per gli studenti rappresenta lo strumento ideale di attuazione del principio di autotutela. Nessuno può esserci garante di rispetto se non noi stessi, è perciò importante la sensibilizzazione di noi tutti nella denuncia delle manchevolezze ingiustificate e la nostra azione immediata e conseguente.

Il Sindacato studentesco si propone di agire direttamente laddove sia leso l’interesse degli universitari, mirando inoltre al coinvolgimento attivo di coloro che, colpiti in prima persona, vorrebbero creare una situazione meno sfavorevole per la vita di tutti noi studenti oramai sempre più comparse e mai protagonisti. 

UN MOVIMENTO NON PARTITICO

Intendiamo qui affermare l’apartiticità del nostro movimento, completamente sganciato dalle segreterie dei partiti, per tentare di raggiungere, oltre le ideologie, l’unità di tutti gli studenti. Abbiamo in questo documento presentato alcuni progetti essenziali che, se non indicano particolari tecnici, sono però princìpi ispiratori ed ineludibili. Non demordendo da una critica serrata al mondo nel suo insieme, ci siamo messi in cammino augurandoci che l’entusiasmo e la lotta ci conducano lontano.

Noi abbiamo un obiettivo: essere pronti ed all’avanguardia in una stagione di lotte all’Università. Noi abbiamo un compito: realizzare il senso di queste lotte.

Si discuta, si polemizzi, si elabori e soprattutto si renda chiara una piattaforma unitaria basata su cose concrete. Cose concrete come pietre da scagliare contro i pupazzi variopinti che affollano, chimere e sirene, le vie della nostra quotidianità. 

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